Arif e il merito. Il sostegno allo studio in salsa leghista

Il mio articolo per iMille magazine

Sul finire degli anni ottanta emigrare e studiare a Torino non era una scelta facile. I ragazzi del meridione che scartavano le facoltà vicine sceglievano questa città per il Politecnico. Lo facevano attraverso un passa parola, con beneplacito di qualche parente che magari aveva avuto trascorsi in questa città come operaio e ne ricordava il profilo austero e la fama del Poli.

Scegliere Torino allora voleva significare essere etichettato come il “secchione” della classe perché la città, negli occhi dei liceali smaniosi di fare un’esperienza di vita fuori di casa, non sembrava offrire grandi distrazioni. Si preferiva Roma, Milano, la godereccia Emilia o le città a misura d’uomo della Toscana.

Un alloggio condiviso a San Salvario con qualche compaesano, pochi soldi, pochi posti letto in collegio (sistemazione preferita da genitori un po’ preoccupati dalla grande città); una via Roma monumentale ma deserta, le piazze di Torino utilizzate come parcheggi. Era questo il panorama di allora che si presentava agli studenti emigranti mentre crollavano i muri, arrivava Tangentopoli e Torino finiva sui telegiornali per la Fiat e il “problema” San Salvario cavalcato da Borghezio e soci.

Di quegli anni sono rimasti loro, gli uomini verdi. I “marziani” hanno conquistato il potere in questi vent’anni quando tutto intorno a loro è cambiato.

Torino è diventata più vivibile anche nell’ottica di uno studente fuorisede, l’ente regionale per il diritto allo studio ha triplicato i posti letto grazie ad investimenti pubblici e all’eredità olimpica, le piazze sono pedonali e a San Salvario vanno ad abitarci i professionisti di grido. C’è anche la movida studentesca, i bus notturni per i ragazzi, le bici del bike-sharing prese alle due di notte per tornare a casa.

Il “problema” dell’emigrazione, è ben controllato e gestito da un’amministrazione aperta e lungimirante. Torino non è Milano, non è Roma.
C’è un certo rigore e anticipo nella gestione dei problemi che ti viene introiettato quando vivi questa città. Anche mentre cerchi di passare l’esame di Geometria, ed è forse il motivo per cui molti poi rimangono o comunque ricordano Torino e il Piemonte come una bella esperienza.

Anche gli studenti sono cambiati. I meridionali continuano ad arrivare, confortati dai successi professionali dei loro fratelli maggiori, ma si sono aggiunti studenti stranieri: gli erasmus, gli albanesi adottati, i cinesi, i pachistani come Arif.

Loro rappresentano l’ultimo anello, quello più debole e da colpire da parte di una politica vigliacca attraverso il taglio di ottomila borse di studio. La città, l’Università, il Politecnico, l’EDISU dopo aver investito per anni per attrarre studenti da ogni parte del mondo si trovano di fronte alla scelta di dover smobilizzare investimenti immobiliari per far fronte ai tagli regionali.

La bandiera oggi è improvvisamente il merito (come se fino a ieri i criteri meritocratici non fossero inseriti nei bandi delle borse di studio) e la Lega – attraverso il suo governatore – la cavalca in maniera scomposta come può fare una forza politica che ha sostenuto una battaglia politica anche per far diplomare il figlio del capo.

Vincenzo Laterza, rappresentante degli studenti dell’EDISU mette in discussione il nuovo mantra del governatore “Cota dice: d’ora in poi il criterio dovrà essere quello della meritocrazia, che finora non è esistito. Non è possibile che i soldi pubblici vengano spesi in questo modo, che al primo anno di università l’unico criterio sia il reddito. Il merito deve diventare un principio sacrosanto.

Il governatore si sbaglia: oltre ai parametri di reddito, infatti, l’Edisu prevede soglie di merito da rispettare. Solo per gli studenti iscritti al primo anno è previsto esclusivamente il parametro d’ingresso relativo al reddito. Questi ultimi, però, sono comunque obbligati a raggiungere 20 crediti entro l’anno accademico (di fatto un criterio di merito). Quando questo non avviene, il borsista è obbligato alla restituzione del 100% della borsa di studio ed al pagamento dell’affitto mensile nel caso abbia usufruito di un posto letto”

Il giovane rappresentante smonta anche la proposta del governatore di far pagare alle Regioni di provenienza parte delle borse di studio: “Tutti gli iscritti agli atenei piemontesi pagano una Tassa regionale per il Diritto allo Studio. L’ammontare di questa tassa è superiore ai 13 milioni di euro. La tassa è riscossa interamente dalla Regione Piemonte a prescindere da chi la paghi, sia piemontese, cinese, salentino o siciliano.”

Un taglio ideologico, fuori tempo massimo in una fase in cui il nostro Paese sta subendo un profondo cambiamento di valori nel giro di pochi mesi e la formazione diventa una delle chiavi di volta per uscire dalla crisi. E’ un segno di stupidità forse consapevole: togliere fieno a chi con il cervello può criticare determinate scelte politiche per darlo in giro alle feste di paese dove il ritorno elettorale è garantito.

L’anno scorso Arif ha dovuto dormire per qualche notte in stazione e di giorno seguire i corsi al Politecnico. Ha seguito tutti i passi necessari per ottenere quest’anno una borsa, avendo ottenuto 30 crediti su 50. Sperava di vivere il suo secondo anno torinese con più tranquillità ed invece improvvisamente non ha più le risorse economiche per pagarsi il rinnovo del permesso di soggiorno. Studente e clandestino, l’identikit forse più inviso agli elettori della Lega.

In soccorso di Arif è intervenuta l’associazione Acmos che ha deciso di affrontare questi casi emblematici ospitando temporaneamente Arif e i suoi amici in una casa di accoglienza. Francesco Mele, segretario del PD di San Salvario – la storia si ripete riabilitando i luoghi della protesta leghista di ieri in un ottica di integrazione delle culture che il quartiere tra mille problemi vive come risorsa – ha proposto agli altri circoli democratici cittadini di sostenere economicamente Arif. La proposta è stata accolta ma altri 7.999 studenti italiani e non, in gran parte piemontesi, si trovano di fronte ad una scelta che può cambiare radicalmente la loro esistenza.

Arif ringrazia su Facebook chi si è preoccupato per lui e i suoi amici ma un Paese civile non può rendere virtuale un diritto sancito dalla Costituzione.

Annunci

La difficoltà di guardarsi allo specchio

In questi giorni il web impazza di segnalazioni sui figli di papà e mamma di questo governo.
Persino nelle chiacchiere sui posti di lavoro si discute dei discendenti di Monti, Fornero e Cancellieri per non parlare del Ministro Martone (l’unico un po’ fuori le righe onestamente).
Questo atteggiamento non era mai esploso con questa virulenza – e mal celata invidia sociale – negli ultimi tempi. Neanche nei momenti più bui quando il Trota era difeso dal padre contro gli insegnanti “terroni” colpevole di fermare un ignorante pluripatentato. Nessuno, per esempio, si è indignato nello scoprire che la CEPU venisse promossa a rango di ateneo telematico con relative prebende pubbliche. E se c’era invidia sociale nei confronti di personaggi come la Minetti, assistente alla poltrona laureata, non era per il titolo di studio ma per come si fosse costruita il suo curriculum e non solo.

L’improvviso risveglio della coscienza collettiva – sempre e comunque “contro”, molto fiera spesso della sua mediocrità – è imputabile solo a qualche infelice battuta dei nostri attuali ministri ?

Non è una chiave di lettura convincente. C’è qualche carattere antropologico del popolo italiano che vuole emergere e dirci qualcos’altro.

La storiella del saggio che punta il dito alla luna può spiegare questa situazione. I messaggi che arrivano in questi giorni da vari fronti ministeriali esprimono l’esigenza di un radicale cambiamento della società italiana: i ragazzi debbono essere meno mammoni, debbono muoversi, debbono sapersi confrontare con un mondo del lavoro diverso. Questo messaggio non urterebbe un giovane francese o inglese. Non urta neanche un calabrese che fa 1000 chilometri per studiare al Politecnico di Torino. Non urta un pachistano – notizia vera segnalatami stamattina – che, dopo aver visto tagliata dal governo Cota la sua borsa di studio, ha continuato a dare esami all’Università dormendo alla stazione di Porta Nuova. Con tre euro in tasca ma una voglia di riscatto degna di ben altro sostegno da una società civile ormai assuefatta.

L’assuefazione evidentemente porta a confondere la luna con il dito del saggio. Qui, l’indignazione è pronta a venir fuori con tutto il corollario di email, post, link, articoli di giornalisti che hanno fatto il praticantato nelle testate possedute dall’utilizzatore finale della “assistente alla poltrona”.

La colpa sarebbe la carriera agiata dei figli di papà: tutti splendidamente laureati per tempo, con borse di studio ad Harvard o comunque con periodo di soggiorno all’estero, assunti da organizzazioni internazionali che non guardano in faccia a nessuno (perché solo da noi guardano il cognome prima del titolo di studio). E’ ovvio che essendo espressione di un’alta borghesia intellettuale i padri abbiano spronato i figli a studiare (con ampio rispetto dei loro insegnanti e della scuola pubblica). E’, altrettanto, ovvio che le relazioni familiari di un certo livello favoriscano occasioni che non tutti possono avere, ma sono anche un onere e un continuo sprone. Per dire, con tanta fortuna e cotanto cognome, potevano starsene comodi a casa, laurearsi arrivati quasi agli anta e trovare sistemazioni tranquille e comunque soddisfacenti.

A molti sfugge che c’è per fortuna in molti italiani ancora la voglia di non essere da meno della propria storia familiare. C’è il giusto ambire, la voglia di riscatto oggi presente molto di più negli occhi dei nuovi italiani. E’ un meccanismo questo che ha permesso l’evoluzione positiva della nostra società negli ultimi quarant’anni fin quando abbiamo pensato fosse più semplice illudersi. O darla.

Stranamente non fa notizia che il figlio del premier sia disoccupato in un’epoca dove non c’è deputato che abbia sistemato i parenti fino al secondo livello, compreso il tanto caro Di Pietro (con il figlio in politica, con quali meriti specifici?) e i gli amati grillini, pronti ad utilizzare alcuni privilegi dello status di consigliere regionali per le gentil consorti.

Insomma forse a questa parte di Italia – molto trasversale – non va giù di rimboccarsi le maniche. Non accetta che l’unica soluzione è rinunciare ad un sistema di privilegi, anche piccoli e marginali (difesi molto bene allo stesso modo da sindacati e Confindustria) ma pur sempre tali, altrimenti come Paese non usciremo da queste secche. Questa parte d’Italia trova molto più comodo far finta di non vedere che il sistema sta crollando con la complicità di tutti spostando il problema su casi personali. E lo fa con gli stessi strumenti mistificatori inventati ed utilizzati da chi in vent’anni ha contribuito enormemente a portarci in questo stato.

Come popolo troviamo più comodo farci illudere che la vita (degli altri) è semplice, piuttosto che rimboccarci le maniche.

I valori sballati della democrazia italiana

La società italiana deve cambiare e in fretta. E’ questo il messaggio che leggo tra le righe della manovra di Monti. Può apparire un interpretazione banale ma leggendo le reazioni che circolano in rete e anche le opinioni di stimati giornalisti come Giannini e Boeri la sensazione è che nel sangue degli italiani ci siano ancora troppe tossine dell’epoca berlusconiana.

Facciamoci un’analisi del sangue. Uno squilibrio abnorme tra colesterolo buono e quello cattivo. Bisogna mangiare più omega tre come dicono i medici: gli italiani hanno perso l’abitudine a informarsi come si deve sulla cosa pubblica. Dopo un ventennio di promesse mai mantenute e di finanza creativa si sono persi gli ordini di grandezza dei problemi. La colpa è dei media ma anche degli italiani che forse hanno seguito molto di più i processi e le leggi ad personam – il colesterolo cattivo – dimenticando di esercitarsi nel confronto politico sui problemi economici e sociali del Paese. Il guaio è che in questo errore c’è cascato anche il centrosinistra compreso il PD che una proposta vera, alternativa, su paradigmi diversi non l’ha mai tirata fuori.

La controprova è che sulla manovra anche abili giornalisti hanno riproposto la chiave di lettura della manovra agostana tirando fuori ipotesi prive di fondamento. Monti meritava più rispetto solo per la sua apertura in conferenza stampa.

Carenza di fosforo. Come è possibile dimenticarsi quello che abbiamo passato per vent’anni o anche solo negli ultimi mesi e scatenarsi contro il primo atto partorito in due settimane da un governo appena insediato ? Agli smemorati di Collegno consiglio di rileggersi gli articoli di Boeri e di Scalfari di quest’estate dove era del tutto evidente che ogni ipotesi ventilata (a mercati aperti, my God!) era una tassa in più nei mesi futuri. In ogni caso non dare credito per sei mesi a questo governo quando si è votato, si è sostenuto, e ci si è persino rassegnati a Berlusconi, Bossi e Tremonti per anni, mi sembra assurdo.

Alta presenza di piombo. E’ una cattiva aria. Sarà anche lo sblocco di aspettative generatesi con la caduta di Berlusconi ma i conti sono da pagare e purtroppo in Parlamento a condizionare il gioco ci sono gli Scilipoti, i Cicchitto e i Di Pietro che al bene del Paese preferiscono l’interesse personale (in più Alfano non da grandi garanzie di tenuta del PDL). Quindi scordiamoci che si possano realizzare le cose che farebbe un governo di centrosinistra almeno in questa prima fase critica.

La medicina è amara ma come dicono sempre i medici nei casi più gravi la guarigione parte da noi stessi: siamo più seri, informiamoci meglio, inseguiamo meno le veline (che quasi quasi, ieri, a qualcuno sembravano essere meno sgradevoli nei comportamenti dell’emozionata e sincera Fornero). Se crediamo in noi stessi possiamo lottare contro la malattia ad armi pari. Cogliamo l’occasione di rinascere, l’esempio sotto gli occhi di tutti è quello di Napolitano che con un consenso popolare enorme e il rispetto delle regole ha abbattuto un virus che sembrava invincibile. Il nemico da abbattere per noi italiani e per il governo Monti ora è la cattiva politica: se il premier sentirà crescere un consenso forte nella società civile questo governo potrà far digerire ad una classe politica ormai ombra di se stessa le vere riforme che servono a questo paese.

Vendesi case, cercasi politica

“Nessuna causa è persa finché ci sarà un solo folle a combattere per essa”

(Will Turner alias Orlando Bloom, Pirati dei Caraibi)

Un articolo in pieno stile “Secondamano” mi ha fatto riflettere. La Casa delle Libertà piemontese è in vendita: bastano 50.000 euro e ve ne comprate la metà. Pensateci, troverete frotte di esponenti PDL con lo sguardo da merluzzo da venditori di Tecnocasa pronti ad illustrarvi le comodità dell’alloggio.

Vuoi mettere ? Con “pochi” soldi potresti essere in grado di decidere gli organi dirigenti del partito, i candidati, posti da portaborse, eccetera. Non ti interessa la politica ma vuoi diventare un manager della sanità ? Per quella cifra non ti iscrivi neanche ai master della Bocconi, non devi esserne ammesso e neanche studiare: chiedi e ti sarà dato.

Che Paese (e che regione). Non penso solo alla sentenza di oggi della Consulta sul caso Giovine, penso alle diatribe interne ai congressi dell’IDV finite in mano agli avvocati per il controllo delle tessere, alle spaccature di SEL in famiglie dove una volta si candida la moglie e poi la volta successiva il marito sempre secondo il principio del controllo del consenso. Litigano pure quelli con le cinque stelline sul petto quando hanno capito che potere hanno in mano.

Non c’e’ salvezza. Anche il PD non è immune: se i tesserati sono un po’ di più c’è poco di che stare allegri. Ormai la geografia delle famiglie politiche la si può ricostruire in poco tempo leggendo i giornali locali. Se vuoi far politica scegliti un tuo riferimento (il termine padrino lo lasciamo a B. & soci) poi stai zitto e controlla le tessere che si fanno nel tuo circolo, nella tua città, ecc..

Farai strada senza tenere un comizio, forse anche senza alzare la mano nel tuo circolo. Se hai qualcosa da dire provaci ma a tuo nocumento. Qualcuno che pensava di dire delle cose è stato normalizzato o emarginato.

Siamo di fronte alla politica scalabile a prezzi modici e chissà che tutto questo movimento di industriali e banchieri a livello nazionale non sia interpretabile in questa ottica.

Il PD ha un’ancora di salvezza ed un merito: avere uno statuto (forse troppo elaborato e rivedibile), retto su saldi valori democratici che altri non hanno, e basarsi sul metodo di selezione delle primarie. Ormai digerito, forse più dai presunti alleati che dalla dirigenza attuale. Ovviamente anche questo metodo ha i suoi limiti. Alcuni dicono che spoglia la dirigenza di partito da sue prerogative di selezione dei suoi rappresentanti, altri, riferendosi a casi di cronaca, sostengono che anche le primarie possono essere manipolate ed inquinate. La soluzione può essere usarle meglio (con sistemi più trasparenti) e usarle di più. E istituzionalizzarle ?

Tutta questa premessa per dire che chi ha raccolto le firme referendarie non si accontenta. Torino è stata la seconda città dopo Roma per numero di firme e questa sete di democrazia non può essere fermata. Chi ha fatto banchetti per un mese ha deciso di andare oltre il disagio cercando di fare tesoro di quel coraggio che molti gli hanno attribuito.

Abbiamo bisogno di due scarpe per rimettere in corsa questo Paese (senza farci mettere i piedi in testa verrebbe da dire).

La prima scarpa serve per stabilire un principio in vigore in molti paesi occidentali: chi nasce sul suolo italiano deve essere uno di noi. Non possiamo permetterci di ignorare questa nuova energia che ormai ha una presenza e ruolo importante nel nostro Paese. Per questo nei prossimi giorni aderiremo alla legge di iniziativa popolare “Italia Sono Anche Io”. La seconda scarpa è necessaria per rafforzare l’impegno referendario con una raccolta firme per l’istituzionalizzazione delle primarie.

E’ necessario allargare il campo di gioco e cambiare le regole (magari prevedendo un terzo tempo) della politica.

Nei prossimi giorni saremo di nuovo in pista.La nostra divisa è una maglia da corsari, la nostra arma una penna, a presto la mappa del tesoro dove potrete firmare le due proposte.

Altrimenti pensateci: al prezzo di un bel box auto vi comprate mezza Casa delle libertà.

Per il bordello forse ci vuole altro.

Intanto noi facciamo casino.

Ventiduemila

“L’utopia sta all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Faccio dieci passi e l’orizzonte si allontana di dieci passi. Per quanto cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? A questo: serve a camminare.” (Edoardo Galeano)

E’ finita. Le abbiamo raccolte più di quanto ne aspettavamo. E’ il premio alle schiene semi spezzate a trascrivere i dati di una carta di identità, alla disidradatazione di questo autunno caldo non solo metaforicamente, al tempo sottratto ai propri cari, alla benzina messa a propria spese per spostare moduli e banchetti. E’ un premio soprattutto all’utopia.

Solo chi ha vissuto in prima linea un’esperienza referendaria sa quanto sia complessa l’organizzazione. Me ne sono reso conto l’altro giorno quando a dei colleghi abbastanza alienati da una giornata senza particolari carichi di lavoro – eravamo in piazza per sensibilizzare il cittadino sugli effetti dei PM10 – si sono stizziti per la classica signora piemontese incazzata che chiedeva se potesse firmare per il referendum. “Siamo un’ente pubblico signora. Molto probabilmente un banchetto c’è in via Garibaldi nel primo pomeriggio chieda ai vigili” ho detto sornionamente nascondendo che il mio secondo lavoro (e quello di altri amici) per un mese è stato quello di raccogliere firme.

Perché in questo paese se hai una cosa da dire o un’idea buona inizi a nasconderla. Non sempre, per fortuna. Questo paese è pieno di energie mal riposte: il malcontento diffuso non si sa dove canalizzarlo e allora lo si scarica sulle vittime più deboli. Siccome Lui è immortale (oltre che immorale) io mi incazzo con le opposizioni, con l’impiegato dell’ASL che ha il pc in panne, con il volontario che raccoglie la mia firma.

Ma questo è il meno. Così in attesa del prossimo passante ho raccontato ai miei colleghi l’esperienza di questo mese di raccolta firme tra la curiosità e lo stupore. Lo ripropongo qui come forma di ringraziamento per chi ha firmato e chi ha fatto firmare.

Tutto è iniziato a luglio. Qualcuno di noi aveva condiviso via email ad un piccolo gruppo di amici qualche articolo di giornale accompagnando il messaggio con “Ragazzi, facciamo questa battaglia?”. Io avevo trovato, per esempio, convincente la posizione di Gad Lerner. Mentre incominciava a girare il consenso via email qualcuno ha incominciato a mettersi in contatto con il comitato nazionale.

Poi basta, vacanze. Più leggevo delle varie manovre e dei vari voti di fiducia blindati più mi rendevo conto che questo referendum era una cosa da appoggiare.

Al mio rientro le cose erano già in qualche modo avviate. Grazie alle prime firme di Fassino e altri esponenti del tanto vituperato PD locale abbiamo ottenuto uno spazio alla festa democratica per raccogliere le firme. Prima 200 firme al giorno, nel weekend anche 600-800. Il popolo democratico firmava e i vari Diego, Davide, Paola, Malvina, Guido, Simona, Nico, Filo, Mimmo, Francesco, Sara, Marco, Silvia raccoglievano firme con vari consiglieri che autenticavano le firme.

Sembra facile firmare. I moduli vanno recuperati da Roma, vanno siglati da un cancelliere o da un segretario comunale prima di sottoporli alla firma dei cittadini. Poi vanno autenticati da un consigliere da quello di circoscrizione in su. Poi vanno recuperati presso i rispettivi comuni i certificati elettorali di chi ha firmato per allegarli al foglio firme. Quindi se faccio firmare uno di Oulx accanto a quello di Torino quel modulo di venti firme prima di partire per Roma dovrà aspettare il certificato di Oulx oppure si perde quella firma. Allora si divide a fette la provincia ciascuno con le proprie conosce geografiche facendo fogli separati. Viva la geografia.

Le serate finiscono tardi e il premio è una birra e una partita a calcio balilla. Insomma ci vuole organizzazione, turni a prendere le firme, chiedere a Roma ulteriori moduli coinvolgere chi è più forte e organizzato di noi. Per esempio la CGIL, per esempio il PD che ha la rete di circoli, militanti e amministratori più organizzata dell’opposizione.

Era il cinque pomeriggio quando eravamo senza moduli e l’indomani c’era lo sciopero della CGIL: un mucchio di gente che avrebbe voluto firmare. Questo episodio è da raccontare.

E’ bastato mettere un post sul nostro gruppo di Facebook che Pino di ritorno in treno dal sud si è offerto di spezzare il viaggio a Roma per prendere i moduli: ha telefonato al comitato, si è fatto arrivare un taxi con i moduli, l’ha pagato, ha preso i moduli e ha ripreso il treno per Torino. C’erano i moduli, era sera, ma mancava il timbro sui fogli di un segretario comunale. E’ partita la caccia al tesoro: se passava un sindaco, un consigliere, un ex assessore attaccavamo bottone “trovaci un segretario”. Verso mezzanotte si presenta un segretario al nostro banchetto. Gli spieghiamo la situazione: i moduli devono essere siglati entro le 10 del giorno dopo. Il poveretto capisce che brutto tiro gli hanno giocato ma si presta: si prende la scatola con un centinaio di moduli e si sveglia presto la mattina per mettere timbro e firma. Possiamo fare il banchetto. Io rinuncio all’ultimo giorno di ferie, Diego rinuncia ad una porta da ristrutturare che gli da il pane, Davide vince la ritrosia a raccogliere firme ad uno sciopero della CGIL (lui che dopotutto è un “padrone”), Pino pensionato, porta i rinforzi. Davide recupera moduli, Pino porta un tavolino e due manifesti. Siamo in Piazza S.Carlo: per tre ore non abbiamo alzato la testa per quanto era lunga la fila. Un caldo boia: 1200 firme.

Mentre raccogli le firme e leggi date e luoghi di nascita immagini come sia la vita di queste persone che educatamente sono in fila per firmare. Ti interroghi sulla loro biografia e su quanto possa essere diversa da coloro che ignorano che ci sia un referendum. Sicuramente leggono un giornale o il web. Non hanno facce stupide. Non devi convincere nessuno, viene a firmare chi vuole lasciare un segno civile di sdegno per come vanno le cose. E molti commentano le loro firme con affermazioni che fotografano sentimenti accesi nei confronti del premier. Accesi ma civili.

Forse è stato li che abbiamo percepito che stavamo facendo qualcosa di importante. Le ultime sere alla festa sono state passate a raccogliere le firme e a pensare alla seconda parte del mese. Ci siamo inventati il NO PORCELLUM DAY, la mappa dei banchetti. La movida che firma a San Salvario con i palloncini a forma di Porcellum, un po’ meno davanti ai Tre Galli ma va bene così. Ormai i giornali parlano di noi. Non mettiamo simboli sui manifesti come fanno altri e non mettiamo cappelli: raccogliamo per Roma. Ci sono i banchetti del PD in ogni mercato della città ed in provincia. Altrove il miracolo ha fatto si che i banchetti fossero di tutto il centrosinistra.

I quattro poveri scemi non sono diventati tantissimi di più ma altri volontari si sono aggiunti: Anna, Carmine, Rocco, Claudio, Luciana, Mario, Alessio, Barbara, Simona, Costantino, Claudio, Alessandro, Alessandra, Carmine, Luciana, Caterina, Roberto, Marta, Malvina, Pasquale, Dina, Enzo, Carlo, Giulio, Cesare. Me ne scuso ma sono nuove amicizie e nella frenesia della raccolta non ne ho fissato tutti i nomi.

Arriva Parisi e lo si porta in giro ormai manca una settimana e bisogna pensare a recuperare i certificati e spedire a Roma entro il 26 mentre la voglia di firmare cresce e non puoi fermarti.

L’ultima settimana è in apnea dopo venti giorni che non pensi ad altro. E’ stato così per me e credo ancor di più per Diego, Davide e Pino che con la loro esperienza hanno costruito questo miracolo. E’stato così per tutti i consiglieri che ci hanno dato una mano, per chi ha scattato una foto, o ci ha dato spazio sulla carta stampa o sul web.

E’ stato bello. Meglio di gettare una monetina o una cozza in piazza Montecitorio, meglio che insultare uno stupido, porco, razzista. Se le mani ci prudevano abbiamo scelto di utilizzarle per una firma.

Oggi alcuni di noi hanno corso la maratona con il porco sul petto. E’ un buon allenamento dopotutto resta ancora molto da camminare.

Noi eravamo (tutto tranne che idioti)

La superiorità della intelligenza lombarda ci ha portato ad un passo dal default e dal commissariamento di fatto del Paese. Cosa mai succeduta con governi posticci da prima repubblica con ministri delle finanze pugliesi o campani che tolleravano persino il contrabbando. Evidentemente avevano un minimo di coscienza pubblica che ignoravamo e sapevano farsi da parte. Siamo cresciuti nell’idea che la classe dirigente del nord dovesse essere un modello per tutti noi. Noi poveri tapini del resto di Italia dovevamo guardare come si faceva ricco un Paese. Qualcuno è persino immigrato per studiare l’efficienza lombarda e nordica. La maggior parte degli italiani residenti al nord è onesta, capace e dotata di cervello ma noi Ci ricorderemo per anni di Bossi, Berlusconi e Tremonti come loro rappresentanti. E qui si tralasciano i vari soggettuccoli amministratori di comunelli spersi e province, queste ultime nate come funghi solo per dare una cadrega a qualche pedemontano coltivatore di patate. Ora qualche coltivatore di patate è diventato pure capogruppo in Parlamento o governatore. In attesa che la maggioranza dei residenti a nord si svegli e incominci a provare fastidio per questi soggetti che li rappresentano si può tranquillamente dire che il baricentro dell’idiozia si è spostato a nord. Il resto d’Italia ringrazia