elisee reclus

La difficoltà di guardarsi allo specchio

Posted on: febbraio 9, 2012

In questi giorni il web impazza di segnalazioni sui figli di papà e mamma di questo governo.
Persino nelle chiacchiere sui posti di lavoro si discute dei discendenti di Monti, Fornero e Cancellieri per non parlare del Ministro Martone (l’unico un po’ fuori le righe onestamente).
Questo atteggiamento non era mai esploso con questa virulenza – e mal celata invidia sociale – negli ultimi tempi. Neanche nei momenti più bui quando il Trota era difeso dal padre contro gli insegnanti “terroni” colpevole di fermare un ignorante pluripatentato. Nessuno, per esempio, si è indignato nello scoprire che la CEPU venisse promossa a rango di ateneo telematico con relative prebende pubbliche. E se c’era invidia sociale nei confronti di personaggi come la Minetti, assistente alla poltrona laureata, non era per il titolo di studio ma per come si fosse costruita il suo curriculum e non solo.

L’improvviso risveglio della coscienza collettiva – sempre e comunque “contro”, molto fiera spesso della sua mediocrità – è imputabile solo a qualche infelice battuta dei nostri attuali ministri ?

Non è una chiave di lettura convincente. C’è qualche carattere antropologico del popolo italiano che vuole emergere e dirci qualcos’altro.

La storiella del saggio che punta il dito alla luna può spiegare questa situazione. I messaggi che arrivano in questi giorni da vari fronti ministeriali esprimono l’esigenza di un radicale cambiamento della società italiana: i ragazzi debbono essere meno mammoni, debbono muoversi, debbono sapersi confrontare con un mondo del lavoro diverso. Questo messaggio non urterebbe un giovane francese o inglese. Non urta neanche un calabrese che fa 1000 chilometri per studiare al Politecnico di Torino. Non urta un pachistano – notizia vera segnalatami stamattina – che, dopo aver visto tagliata dal governo Cota la sua borsa di studio, ha continuato a dare esami all’Università dormendo alla stazione di Porta Nuova. Con tre euro in tasca ma una voglia di riscatto degna di ben altro sostegno da una società civile ormai assuefatta.

L’assuefazione evidentemente porta a confondere la luna con il dito del saggio. Qui, l’indignazione è pronta a venir fuori con tutto il corollario di email, post, link, articoli di giornalisti che hanno fatto il praticantato nelle testate possedute dall’utilizzatore finale della “assistente alla poltrona”.

La colpa sarebbe la carriera agiata dei figli di papà: tutti splendidamente laureati per tempo, con borse di studio ad Harvard o comunque con periodo di soggiorno all’estero, assunti da organizzazioni internazionali che non guardano in faccia a nessuno (perché solo da noi guardano il cognome prima del titolo di studio). E’ ovvio che essendo espressione di un’alta borghesia intellettuale i padri abbiano spronato i figli a studiare (con ampio rispetto dei loro insegnanti e della scuola pubblica). E’, altrettanto, ovvio che le relazioni familiari di un certo livello favoriscano occasioni che non tutti possono avere, ma sono anche un onere e un continuo sprone. Per dire, con tanta fortuna e cotanto cognome, potevano starsene comodi a casa, laurearsi arrivati quasi agli anta e trovare sistemazioni tranquille e comunque soddisfacenti.

A molti sfugge che c’è per fortuna in molti italiani ancora la voglia di non essere da meno della propria storia familiare. C’è il giusto ambire, la voglia di riscatto oggi presente molto di più negli occhi dei nuovi italiani. E’ un meccanismo questo che ha permesso l’evoluzione positiva della nostra società negli ultimi quarant’anni fin quando abbiamo pensato fosse più semplice illudersi. O darla.

Stranamente non fa notizia che il figlio del premier sia disoccupato in un’epoca dove non c’è deputato che abbia sistemato i parenti fino al secondo livello, compreso il tanto caro Di Pietro (con il figlio in politica, con quali meriti specifici?) e i gli amati grillini, pronti ad utilizzare alcuni privilegi dello status di consigliere regionali per le gentil consorti.

Insomma forse a questa parte di Italia – molto trasversale – non va giù di rimboccarsi le maniche. Non accetta che l’unica soluzione è rinunciare ad un sistema di privilegi, anche piccoli e marginali (difesi molto bene allo stesso modo da sindacati e Confindustria) ma pur sempre tali, altrimenti come Paese non usciremo da queste secche. Questa parte d’Italia trova molto più comodo far finta di non vedere che il sistema sta crollando con la complicità di tutti spostando il problema su casi personali. E lo fa con gli stessi strumenti mistificatori inventati ed utilizzati da chi in vent’anni ha contribuito enormemente a portarci in questo stato.

Come popolo troviamo più comodo farci illudere che la vita (degli altri) è semplice, piuttosto che rimboccarci le maniche.

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4 Risposte to "La difficoltà di guardarsi allo specchio"

nico non solo hai ragione al 100%
ma lo scrivi anche in modo efficace e in ottimo stile
davvero

Condivido molto, soprattutto quando dici che il sistema sta crollando. Però non sopporto il tiro al bersaglio sui giovani. Stranamente nessuno sta puntando il dito sulla luna, le imprese, colpevoli come, se non di più per complicità interessata fino a portarci allo sfascio, con la classe politica inadeguata (e mi fermo perché sono un signore). Dimmi un contributo che le imprese (pubbliche e private) hanno dato per cambiare lo stato di cose. Meglio una sovvenzione, una cassa integrazione (assistenzialismo aziendale) a fronte di una crisi di prodotto causata da loro errori manageriali, un supercondono, un’agevolazione fiscale a fronte di innovazioni tecnologiche finte che in realtà consentivano di comprare la BMW nuova al figlio del papà. Negli ultimi decenni, a parte Slow Food, dimmi cosa è sorto in Italia come impresa innovativa: poco e niente. E che stimoli hanno ricevuto i giovani da imprese, università, politica? Zero o giù di lì.
In questo contesto i figli di papà e i nipoti di zio non hanno concorrenti perché quei pochi posti, salvo eccezioni rare, sono solo per loro.
Io credo che ai giovani deve essere chiesta una sana incavolatura, un’impennata di orgoglio, una serie di proposte. Questo si. Ma niente sermoni e predicozzi: in pochi hanno l’autorità morale per farli.

sono d’accordo con te arturo. le imprese hanno le loro responsabilità e sul piano della prossima riforma io credo dovranno pagare un po’. però l’animo cattivo e accecante che cerca facile consenso no. soprattutto se viene dai giovani.

ho visto che su valigia blu criticano per esempio il modo un po’ raffazzonato del popolo viola.
http://www.valigiablu.it/doc/744/popoloviola-unaltra-disinformazione-possibile.htm

io per primo da questa storia capisco una cosa: se hai una buona ragione (e ce ne sono) devi trovare anche un ottimo modo per presentarla. non puoi contrattaccare con i casi singoli per dire “son tutti uguali, quindi come italiano non mi impegno”

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