Ventiduemila

“L’utopia sta all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Faccio dieci passi e l’orizzonte si allontana di dieci passi. Per quanto cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? A questo: serve a camminare.” (Edoardo Galeano)

E’ finita. Le abbiamo raccolte più di quanto ne aspettavamo. E’ il premio alle schiene semi spezzate a trascrivere i dati di una carta di identità, alla disidradatazione di questo autunno caldo non solo metaforicamente, al tempo sottratto ai propri cari, alla benzina messa a propria spese per spostare moduli e banchetti. E’ un premio soprattutto all’utopia.

Solo chi ha vissuto in prima linea un’esperienza referendaria sa quanto sia complessa l’organizzazione. Me ne sono reso conto l’altro giorno quando a dei colleghi abbastanza alienati da una giornata senza particolari carichi di lavoro – eravamo in piazza per sensibilizzare il cittadino sugli effetti dei PM10 – si sono stizziti per la classica signora piemontese incazzata che chiedeva se potesse firmare per il referendum. “Siamo un’ente pubblico signora. Molto probabilmente un banchetto c’è in via Garibaldi nel primo pomeriggio chieda ai vigili” ho detto sornionamente nascondendo che il mio secondo lavoro (e quello di altri amici) per un mese è stato quello di raccogliere firme.

Perché in questo paese se hai una cosa da dire o un’idea buona inizi a nasconderla. Non sempre, per fortuna. Questo paese è pieno di energie mal riposte: il malcontento diffuso non si sa dove canalizzarlo e allora lo si scarica sulle vittime più deboli. Siccome Lui è immortale (oltre che immorale) io mi incazzo con le opposizioni, con l’impiegato dell’ASL che ha il pc in panne, con il volontario che raccoglie la mia firma.

Ma questo è il meno. Così in attesa del prossimo passante ho raccontato ai miei colleghi l’esperienza di questo mese di raccolta firme tra la curiosità e lo stupore. Lo ripropongo qui come forma di ringraziamento per chi ha firmato e chi ha fatto firmare.

Tutto è iniziato a luglio. Qualcuno di noi aveva condiviso via email ad un piccolo gruppo di amici qualche articolo di giornale accompagnando il messaggio con “Ragazzi, facciamo questa battaglia?”. Io avevo trovato, per esempio, convincente la posizione di Gad Lerner. Mentre incominciava a girare il consenso via email qualcuno ha incominciato a mettersi in contatto con il comitato nazionale.

Poi basta, vacanze. Più leggevo delle varie manovre e dei vari voti di fiducia blindati più mi rendevo conto che questo referendum era una cosa da appoggiare.

Al mio rientro le cose erano già in qualche modo avviate. Grazie alle prime firme di Fassino e altri esponenti del tanto vituperato PD locale abbiamo ottenuto uno spazio alla festa democratica per raccogliere le firme. Prima 200 firme al giorno, nel weekend anche 600-800. Il popolo democratico firmava e i vari Diego, Davide, Paola, Malvina, Guido, Simona, Nico, Filo, Mimmo, Francesco, Sara, Marco, Silvia raccoglievano firme con vari consiglieri che autenticavano le firme.

Sembra facile firmare. I moduli vanno recuperati da Roma, vanno siglati da un cancelliere o da un segretario comunale prima di sottoporli alla firma dei cittadini. Poi vanno autenticati da un consigliere da quello di circoscrizione in su. Poi vanno recuperati presso i rispettivi comuni i certificati elettorali di chi ha firmato per allegarli al foglio firme. Quindi se faccio firmare uno di Oulx accanto a quello di Torino quel modulo di venti firme prima di partire per Roma dovrà aspettare il certificato di Oulx oppure si perde quella firma. Allora si divide a fette la provincia ciascuno con le proprie conosce geografiche facendo fogli separati. Viva la geografia.

Le serate finiscono tardi e il premio è una birra e una partita a calcio balilla. Insomma ci vuole organizzazione, turni a prendere le firme, chiedere a Roma ulteriori moduli coinvolgere chi è più forte e organizzato di noi. Per esempio la CGIL, per esempio il PD che ha la rete di circoli, militanti e amministratori più organizzata dell’opposizione.

Era il cinque pomeriggio quando eravamo senza moduli e l’indomani c’era lo sciopero della CGIL: un mucchio di gente che avrebbe voluto firmare. Questo episodio è da raccontare.

E’ bastato mettere un post sul nostro gruppo di Facebook che Pino di ritorno in treno dal sud si è offerto di spezzare il viaggio a Roma per prendere i moduli: ha telefonato al comitato, si è fatto arrivare un taxi con i moduli, l’ha pagato, ha preso i moduli e ha ripreso il treno per Torino. C’erano i moduli, era sera, ma mancava il timbro sui fogli di un segretario comunale. E’ partita la caccia al tesoro: se passava un sindaco, un consigliere, un ex assessore attaccavamo bottone “trovaci un segretario”. Verso mezzanotte si presenta un segretario al nostro banchetto. Gli spieghiamo la situazione: i moduli devono essere siglati entro le 10 del giorno dopo. Il poveretto capisce che brutto tiro gli hanno giocato ma si presta: si prende la scatola con un centinaio di moduli e si sveglia presto la mattina per mettere timbro e firma. Possiamo fare il banchetto. Io rinuncio all’ultimo giorno di ferie, Diego rinuncia ad una porta da ristrutturare che gli da il pane, Davide vince la ritrosia a raccogliere firme ad uno sciopero della CGIL (lui che dopotutto è un “padrone”), Pino pensionato, porta i rinforzi. Davide recupera moduli, Pino porta un tavolino e due manifesti. Siamo in Piazza S.Carlo: per tre ore non abbiamo alzato la testa per quanto era lunga la fila. Un caldo boia: 1200 firme.

Mentre raccogli le firme e leggi date e luoghi di nascita immagini come sia la vita di queste persone che educatamente sono in fila per firmare. Ti interroghi sulla loro biografia e su quanto possa essere diversa da coloro che ignorano che ci sia un referendum. Sicuramente leggono un giornale o il web. Non hanno facce stupide. Non devi convincere nessuno, viene a firmare chi vuole lasciare un segno civile di sdegno per come vanno le cose. E molti commentano le loro firme con affermazioni che fotografano sentimenti accesi nei confronti del premier. Accesi ma civili.

Forse è stato li che abbiamo percepito che stavamo facendo qualcosa di importante. Le ultime sere alla festa sono state passate a raccogliere le firme e a pensare alla seconda parte del mese. Ci siamo inventati il NO PORCELLUM DAY, la mappa dei banchetti. La movida che firma a San Salvario con i palloncini a forma di Porcellum, un po’ meno davanti ai Tre Galli ma va bene così. Ormai i giornali parlano di noi. Non mettiamo simboli sui manifesti come fanno altri e non mettiamo cappelli: raccogliamo per Roma. Ci sono i banchetti del PD in ogni mercato della città ed in provincia. Altrove il miracolo ha fatto si che i banchetti fossero di tutto il centrosinistra.

I quattro poveri scemi non sono diventati tantissimi di più ma altri volontari si sono aggiunti: Anna, Carmine, Rocco, Claudio, Luciana, Mario, Alessio, Barbara, Simona, Costantino, Claudio, Alessandro, Alessandra, Carmine, Luciana, Caterina, Roberto, Marta, Malvina, Pasquale, Dina, Enzo, Carlo, Giulio, Cesare. Me ne scuso ma sono nuove amicizie e nella frenesia della raccolta non ne ho fissato tutti i nomi.

Arriva Parisi e lo si porta in giro ormai manca una settimana e bisogna pensare a recuperare i certificati e spedire a Roma entro il 26 mentre la voglia di firmare cresce e non puoi fermarti.

L’ultima settimana è in apnea dopo venti giorni che non pensi ad altro. E’ stato così per me e credo ancor di più per Diego, Davide e Pino che con la loro esperienza hanno costruito questo miracolo. E’stato così per tutti i consiglieri che ci hanno dato una mano, per chi ha scattato una foto, o ci ha dato spazio sulla carta stampa o sul web.

E’ stato bello. Meglio di gettare una monetina o una cozza in piazza Montecitorio, meglio che insultare uno stupido, porco, razzista. Se le mani ci prudevano abbiamo scelto di utilizzarle per una firma.

Oggi alcuni di noi hanno corso la maratona con il porco sul petto. E’ un buon allenamento dopotutto resta ancora molto da camminare.

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