elisee reclus

Saviano ha davvero detto in televisione che il Nord è mafioso? Ovviamente no. L’autore di “Gomorra” conosce troppo bene il fenomeno delle organizzazioni criminali, della loro diversificazione economica e delle loro diramazioni per cedere a simili semplificazioni. Costruire questa sciocchezza, e imputargliela, è una chiarissima operazione ideologica, che si basa sul falso e dunque appartiene al solito marchio della fabbrica del fango, creato ecustodito da anni nei quartieri bassi dell’impero berlusconiano. Ci si potrebbe fermare qui. Ma in realtà nell’affanno di questa denuncia ci sono tre aspetti più generali, su cui vale la pena di riflettere, soprattutto oggi che ci si può complimentare col ministro degli Interni perla cattura del numero uno dei Casalesi, Antonio lovine.

I primo aspetto è istituzionale. Negare che la mafia sia ormai non solo infiltrata, ma insediata nel Nord d’Italia è un’ipocrisia, e quando l’ipocrisia è del governo diventa una pericolosa sottovalutazione della realtà, che non aiuta il Paese ad essere consapevole del fenomeno. Le mafie attaccano il Nord ormai da anni, come attaccano Roma e molte altre aree d’Italia lontane dalle zone in cui sono nate e in cui sono tradizionalmente vissute. Piemonte, Liguria e soprattutto Lombardia devono ormai fare i conti con una «consolidata presenza dei clan», dice la Direzione Investigativa Antimafia, e i clan «interagiscono» con la politica e con gli ambienti imprenditoriali, ricevono una «pacifica accettazione» da settori della società, entrano «nelle attività produttive», le collegano a «settori della pubblica amministrazione che possono favorirne i disegni economici», col coinvolgimento in particolari casi di «pubblici amministratori e tecnici» per agevolare appalti e sistemare altre «vicende oblique». Basta questa analisi, insieme con le risultanze delle inchieste giudiziarie, per capire che la denuncia di Saviano va presa sul serio, e gli esorcismi non servono. Soprattutto il ministro degli Interni, personalmente impegnato da anni con buoni risultati nel contrasto alla criminalità organizzata, dovrebbe prendere al balzo la palla di una rivelazione pubblica di così grande impatto, come quella fatta in una prima serata televisiva con ascolti giganteschi. Su questa base larga e credibile d’informazione, il governo può far crescere un’attenzione e una consapevolezza della pubblica opinione, che aiuti l’azione di polizie e magistratura. La reazione dell’uomo di partito è invece venuta prima della responsabilità dell’uomo di governo: è chiaro che la Lega è nata anche dalla ripulsa delle mafie, ma negare oggi che la criminalità cerchi la politica là dove è al potere, di qualunque segno sia, è negare un pericolo comune, ugualmente diffuso nel Paese. Peggio ancora se questo significa credere e far credere che ci sono zone d’Italia dove non si deve parlare di infiltrazioni mafiose, si deve tacere la presenza delle cosche col colletto bianco, mentre altre zone d’Italia sono condannate da sole, ideologicamente più che razzisticamente, a portare per tutti il peso di una criminalità che è diffusa ovunque, ma per ideologia è imputabile solo ad una certa Italia, come una dannazione perpetua: che è anche una rinuncia alla politica, alle speranze che deve trasmettere, soprattutto ai suoi doveri. Il secondo aspetto di questa vicenda è culturale. La furia contro Saviano è furia contro un uomo *** solo. Saviano non ha dietro di sé un mondo strutturato, un partito, un apparato, un potentato economico, un’azienda: anzi, l’azienda editoriale per cui pubblica lo ha scomunicato attraverso le parole del suo azionista, e alla Rai è soltanto un ospite di passaggio, mal sopportato anche se di successo. Certo, ha lettori a centinaia di migliaia, nelle librerie e a “Repubblica”, ma è un uomo libero nella sua vita minima, ridotta e sorvegliata. E soprattutto solo. Attaccarlo dalle sedi del potere, e dai suoi sottoscala, è un’operazione sproporzionata, una dismisura tipica del potere oggi dominante. Tutto ciò trova un’interfaccia simmetrica nel cinismo di certa sinistra sballottata e sfibrata, diventata incapace di reggere un semplice discorso di buone intenzioni democratiche, perché è «troppo»: troppo giusto, troppo vero, troppo ingenuo, troppo inutile, troppo testardo su quei temi scomodi, troppo stonato con il politicamente scorretto oggi dominante. Ecco, il cinismo è un modo falsamente indolore e artificialmente innocente di accomodarsi stanchi, con in mano un bicchiere e la citazione giusta, sulle poltrone bianche dell’egemonia culturale altrui, entrando da sinistra. Infine l’ultimo aspetto (per il momento) di questa storia: che è politico, finalmente. Attaccando Saviano per il suo monologo sulle mafie, il potere e le sue guardie del corpo cercano spaventati di colpire qualcos’altro che sentono ma non vedono, come se si muovessero al buio. Diamo un nome a questa cosa. È il peso politico, tutto politico del discorso di Saviano. Che è tale proprio perché non fa politica, e non vuole farla. Perché è un discorso sofisticato nella sua esperienza sul crimine, e insieme ingenuo nel senso originario del termine, un discorso che non bada alle conseguenze e agli opportunismi, non fa calcoli. Dunque un discorso disarmato da interessi collaterali, perché testardamente ha interesse solo per le parole che pronuncia. Che perciò vengono percepite come autentiche da milioni di persone. E questo fa confusamente paura al potere dominante, afasico nei suoi proclami, sempre più costretto a lavorare sottobanco, proprio perché le sue parole non funzionano più, o suonano false. Fa paura l’idea che quei nove milioni di spettatori per Saviano non si spieghino soltanto con ragioni televisive, ma col bisogno di un linguaggio appunto nuovo, di significati diversi, di codici differenti. Un bisogno di cambiare programma non solo in tivù, ma nel Paese.

Repubblica – Il caso Saviano

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