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Archive for novembre 2010

L’osceno normalizzato
di BARBARA SPINELLI Ci fu un tempo, non lontano, in cui era vero scandalo, per un politico, dare a un uomo di mafia il bacio della complicità. Il solo sospetto frenò l’ascesa al Quirinale di Andreotti, riabilitato poi dal ceto politico ma non necessariamente dagli italiani né dalla magistratura, che estinse per prescrizione il reato di concorso in associazione mafiosa ma ne certificò la sussistenza fino al 1980. Quel sospetto brucia, dopo anni, e anche se non è provato ha aperto uno spiraglio sulla verità di un lungo sodalizio con la Cupola. Chi legga oggi le motivazioni della condanna in secondo grado di Dell’Utri avrà una strana impressione: lo scandalo è divenuto normalità, il tremendo s’è fatto banale e scuote poco gli animi.

Nella villa di Arcore e negli uffici di Edilnord che Berlusconi – futuro Premier – aveva a Milano, entravano e uscivano con massima disinvoltura Stefano Bontate, Gaetano Cinà, Mimmo Teresi, Vittorio Mangano, mafiosi di primo piano: per quasi vent’anni, almeno fino al ‘92. Dell’Utri, suo braccio destro, era non solo il garante di tutti costoro ma il luogotenente-ambasciatore. Fu nell’incontro a Milano della primavera ‘74 che venne deciso di mandare ad Arcore Mangano: che dovremmo smettere di chiamare stalliere perché fu il custode mafioso e il ricattatore del Cavaliere. Quest’ultimo lo sapeva, se è vero che fu Bontate in persona, nel vertice milanese, a promettergli il distaccamento a Arcore d’un “uomo di garanzia”.

La sentenza
attesta che Berlusconi era legato a quel mondo parallelo, oscuro: ogni anno versava 50 milioni di lire, fatti pervenire a Bontate (nell’87 Riina chiederà il doppio). A questo pizzo s’aggiunga il “regalo” a Riina (5 milioni) per “aggiustare la situazione delle antenne televisive” in Sicilia. Fu Dell’Utri, ancor oggi senatore di cui nessuno chiede l’allontanamento, a consigliare nel 1993 la discesa in politica. Fedele Confalonieri, presidente Mediaset, dirà che altrimenti il Cavaliere sarebbe “finito sotto i ponti o in galera per mafia” (la Repubblica, 25-6-2000). Il 10 febbraio 2010 Dell’Utri, in un’intervista a Beatrice Borromeo sul Fatto, spiega: “A me della politica non frega niente, io mi sono candidato per non finire in galera”.

C’è dell’osceno in questo mondo parallelo, che non è nuovo ma oggi non è più relegato fuori scena, per prudenza o gusto. Oggi, il bacio lo si dà in Parlamento, come Alessandra Mussolini che bacia Cosentino indagato per camorra. Dacci oggi il nostro osceno quotidiano. Questo il paternoster che regna – nella Mafia le preghiere contano, spiega il teologo Augusto Cavadi – presso il Premier: vittima di ricatti, uomo non libero, incapace di liberarsi di personaggi loschi come Dell’Utri o il coordinatore Pdl in Campania Cosentino. Ai tempi di Andreotti non ci sarebbe stato un autorevole commentatore che afferma, come Giuliano Ferrara nel 2002 su Micromega: “Il punto fondamentale non è che tu devi essere capace di ricattare, è che tu devi essere ricattabile (…) Per fare politica devi stare dentro un sistema che ti accetta perché sei disponibile a fare fronte, a essere compartecipe di un meccanismo comunitario e associativo attraverso cui si selezionano le classi dirigenti. (…) Il giudice che decide il livello e la soglia di tollerabilità di questi comportamenti è il corpo elettorale”.

Il corpo elettorale non ha autonoma dignità, ma è sprezzato nel momento stesso in cui lo si esalta: è usato, umiliato, tramutato in palo di politici infettati dalla mafia. Gli stranieri che si stupiscono degli italiani più che di Berlusconi trascurano spesso l’influenza che tutto ciò ha avuto sui cervelli: quanto pensiero prigioniero, ma anche quanta insicurezza e vergogna di fondo possa nascere da questo sprezzo metodico, esibito.
Ai tempi di Andreotti non conoscemmo la perversione odierna: vali se ti pagano. La mazzetta ti dà valore, potere, prestigio. Non sei nessuno se non ti ricattano. L’1 agosto 1998, Montanelli scrisse sul Corriere una lettera a Franco Modigliani, premio Nobel dell’economia: “Dopo tanti secoli che la pratichiamo, sotto il magistero di nostra Santa Madre Chiesa, ineguagliabile maestra d’indulgenze, perdoni e condoni, noi italiani siamo riusciti a corrompere anche la corruzione e a stabilire con essa il rapporto di pacifica convivenza che alcuni popoli africani hanno stabilito con la sifilide, ormai diventata nel loro sangue un’afflizioncella di ordine genetico senza più gravi controindicazioni”.

In realtà le controindicazioni ci sono: gli italiani intuiscono i danni non solo etici dell’illegalità. Da settimane Berlusconi agita lo spettro di una guerra civile se lo spodestano: guerra che nella crisi attuale – fa capire – potrebbe degenerare in collasso greco. È l’atomica che il Cavaliere brandisce contro Napolitano, Fini, Casini, il Pd, i media. I mercati diventano arma: “Se non vi adeguate ve li scateno contro”. Sono lo spauracchio che ieri fu il terrorismo: un dispositivo della politica della paura. Poco importa se l’ordigno infine non funzionerà: l’atomica dissuade intimidendo, non agendo. Il mistero è la condiscendenza degli italiani, i consensi ancora dati a Berlusconi. Ma è anche un mistero la loro ansia di cambiare, di esser diversi. Il loro giudizio è netto: affondano il Pdl come il Pd. Premiano i piccoli ribelli: Italia dei Valori, Futuro e Libertà. Se interrogati, applaudirebbero probabilmente le due donne – Veronica Lario, Mara Carfagna – che hanno denunciato il “ciarpame senza pudore” del Cavaliere, e le “guerre per bande” orchestrate da Cosentino. Se interrogati, immagino approverebbero Saviano, indifferenti all’astio che suscita per il solo fatto che impersona un’Italia che ama molto le persone oneste, l’antimafia di Don Ciotti, il parlar vero.

Questa normalizzazione dell’osceno è la vita che viviamo, nella quale politica e occulto sono separati in casa e non è chiaro, quale sia il mondo reale e quale l’apparente. Chi ha visto Essi Vivono, il film di John Carpenter, può immaginare tale condizione anfibia. La doppia vita italiana non nasce con Berlusconi, e uscirne vuol dire ammettere che destra e sinistra hanno più volte accettato patti mafiosi. C’è molto da chiarire, a distanza di anni, su quel che avvenne dopo l’assassinio di Falcone e Borsellino. In particolare, sulla decisione che il ministro della giustizia Conso prese nel novembre ‘92 – condividendo le opinioni del ministro dell’Interno Mancino e del capo della polizia Parisi – di abolire il carcere duro (41bis) a 140 mafiosi, con la scusa che esisteva nella Mafia una corrente anti-stragi favorevole a trattative. Congetturare è azzardato, ma si può supporre che da allora viviamo all’ombra di un patto.

Il patto non è obbligatoriamente formale. L’universo parallelo ha le sue opache prudenze, ma esiste e contamina la sinistra. In Sicilia, anch’essa sembra costretta a muoversi nel perimetro dell’osceno. Osceno è l’accordo con la giunta Lombardo, presidente della Regione, indagato per “concorso esterno in associazione mafiosa”. Osceno e tragico, perché avviene nella ricerca di un voto di sfiducia a Berlusconi.

Non si può non avere un linguaggio inequivocabile, sulla legalità. Non ci si può comportare impunemente come quando gli americani s’intesero con la Mafia per liberare l’Italia. L’accordo, scrive il magistrato Ingroia, fu liberatore ma ebbe l’effetto di rendere “antifascisti i mafiosi, assicurando loro un duraturo potere d’influenza”. Non è chiaro quel che occorra fare, ma qualcosa bisogna dire, promettere. Non qualcosa “di sinistra”, ma di ben più essenziale: l’era in cui la Mafia infiltrava la politica finirà, la legalità sarà la nuova cultura italiana.
Fino a che non dirà questo il Pd è votato a fallire. Proclamerà di essere riformista, con “vocazione maggioritaria”, ma l’essenza la mancherà. Non sarà il parlare onesto che i cittadini in fondo amano. Si tratta di salvare non l’anima, ma l’Italia da un lungo torbido. Sarebbe la sua seconda liberazione, dopo il ‘45 e la Costituzione. Sennò avrà avuto ragione Herbert Matthew, il giornalista Usa che nel novembre ‘44, sul mensile Mercurio, scrisse parole indimenticabili sul fascismo: “È un mostro col capo d’idra. Non crediate d’averlo ucciso”.

(24 novembre 2010)

L’osceno normalizzato – Repubblica.it

Se Tremonti si prende i soldi degli ultimi

Dopo averci raccontato per anni che loro – al contrario dei perfidi bolscevichi dell’Unione – non avrebbero messo le mani nelle tasche degli italiani, il ministro Giulio Tremonti e i compassionevoli difensori delle libertà economiche, hanno fatto di meglio. Hanno tagliato direttamente la tasca con il rasoio, per fregarci i soldi del 5 per mille dalla dichiarazione dei redditi. O meglio: si sono presi, in un colpo solo, il 75 per cento del gruzzoletto che ogni anno i contribuenti, con una croce, dedicano alle associazioni non governative e di utilità sociale. Ammontare della rapina legalizzata? 300 milioni di euro. Dai 400 milioni in bilancio lo scorso anno, ai miseri 100 di oggi. Al confronto di questo simpatico ladrocinio, il prelievo forzoso del 6 per mille sui conti correnti di Amato (1992) è un’opera pia. Se non altro perché quella era una tassa odiosa e indifferenziata praticata a tutti i correntisti con la scusa della salvezza del bilancio. Questa, invece, è una sottrazione di fondi mirata, che toglie risorse a chi in Italia si occupa degli ultimi, della sanità, degli anziani, dei disabili, degli ospedali, della ricerca, del volontariato. Il colpo viene messo a segno, non per rimettere in piedi dei conti virtuosi – come vorrebbe farci credere Tremonti con la scusa della crisi – ma piuttosto per raddoppiare (avete letto bene: da 130 a 245 milioni di euro) i soldi di cui il governo fa gentile omaggio alla scuole private. Oppure per concedere 25 milioni di euro alle università non statali. Gli ultimi 30 milioni del capitoletto di spesa che si intitola – non è uno scherzo – “Fondo esigenze indifferibili ed urgenti” – sono per la stampa di partito.

C’è qualcosa di violento e odioso in questo. Se non altro perché anche se il 5 per mille quest’anno fruttasse un miliardo, la cifra resterebbe comunque 100 milioni. E poi perché, che Tremonti ci chieda di indicare chi aiutare con una parte delle tasse che gli paghiamo (negli anni in cui la pressione fiscale aumenta!) e poi faccia carta straccia delle nostre volontà (ma passando all’incasso) ha il sapore della beffa. Domenica mi ha chiamato una madre, in lacrime. Sua figlia è afflitta da una malattia rarissima, la fibrodisplasia ossificante. Morbo terribile, che rende il corpo, giorno dopo giorno, di pietra. Fino a ieri aveva una speranza per la sua bambina: la ricerca finanziata dal 5 per mille. Oggi nemmeno quella. La signora Simona chiede: “Perché ci fanno questo?”. Le rispondo la verità: perché, secondo loro, non portate voti né consenso.

Il Fatto Quotidiano, 23 novembre 2010

Il Fatto Quotidiano »  Se Tremonti si prende i soldi degli ultimi (Luca Telese)

Maroni andrà a Vieni via con me. Ci auguriamo che ci spieghi tante cose.

Il suo atteggiamento in questo caso è però paradossale. Si parla di mafie al Nord da tempo. Questo tumblr con vari post e citazioni ha nel tempo raccolto vario materiale. Ho parlato di Reggio Padania, ho fatto presente la mia indignazione di uomo del Sud emigrato al Nord che vive e lavora in edifici costruiti con il cemento della ‘ndrangheta. In Piemonte, giusto per non offendere Formigoni.

Ho riportato riflessioni di Gad Lerner sul tema qui e ancora qui.

Insomma Maroni fa finta di offendersi quando ormai ci sono fatti acclarati che producono addirittura una significativa bibliografia (un libro sul tema l’ho trovato anche nel supermercato di sotto casa). Proprio l’altro giorno con tempismo commerciale mi è arrivata una mail che pubblicizzava l’acquisto on line di tutti i libri su “il caso Saviano e le mafie del nord”.

Si possono dire tante cose ma il succo è ben descritto da Ezio Mauro ieri su Repubblica.

Personalmente non mi accapiglierei con il trombettista in salsa verde su chi siano i meriti delle catture di tanti boss, concediamo anche la buona fede del ministro.

Fissiamo però alcuni paletti.

Saviano non ha detto che i leghisti sono mafiosi. Ha detto che la dove c’e’ una presenza della malavita organizzata essa tenta di entrare nel campo politico (di qualsiasi tipo) per un controllo più diretto del territorio. Cose note a noi meridionali. Ed anche ai leghisti che si scagliavano nella prima repubblica contro i siciliani che votavano DC perchè erano voti dati alla mafia.

Attaccare un uomo solo come Saviano, un simbolo nel nostro Paese, è da ignavi. E forse nasconde una paura. Quella che i tempi stiano cambiando e che quei 9 milioni di spettatori iniziano a pretendere  una nuova rappresentazione dei propri bisogni tra cui un bisogno forte di legalità.

Possiamo citare i numerosi casi in cui la Lega in Parlamento ha votato provvedimenti che hanno aiutato la mafia (es. scudo fiscale) ma diamo questo fatto come acquisito dalla opinione pubblica.

L’ultimo punto è lo sbandieramento di questi “fantastici risultati” sul contrasto alle mafie come atto di smantellamento delle stesse.Un momento: le mafie prosperano e rappresentano parte dell’economia che ci fa mangiare, che ci fa dimenticare di dove mettiamo i rifiuti, che ci veste, ecc…

Allora forse c’e’ una strategia incompleta.Vediamo per esempio cosa accade in un altro settore, quello di contrasto all’inquinamento industriale.

Se una fabbrica inquina io posso multarla e chiedere che metta dei sistemi di abbattimento degli inquinamento alla fine del ciclo produttivo. Quella fabbrica continuerà ad esistere, inquinerà di meno, ma sul lungo termine deteriorà ugualmente l’ambiente. Era l’approccio anni 70-80 delle politiche di controllo ambientale.

Oggi si è capito che la sfida è far cambiare completamente i cicli di produzione e pensare a “prodotti puliti” già in fase di progettazione. Una sfida culturale che richiede molta più energia senza grandi risultati visibili immediatamente.

Se noi continuiamo ad arrestare i boss ma lasciamo in vita le “fabbriche di boss”, i quartieri ben descritti in Gomorra, non agendo sul riscatto sociale e civile di pezzi d’Italia che ora sono enclave della malavita noi continueremo a rincorrere il problema.

Insomma Maroni può continuare a farsi bello all’infinito di metter toppe al tubo rotto ma se non chiude il rubinetto la mafia ce l’avremo sempre di torno.

Per una volta sono d’accordo con Bersani: gli eroi civili di questi tempi sono gli insegnanti di frontiera, quelli che senza pistola, nelle periferie italiane, cercano di sottrarre nuove braccia alla criminalità organizzata.

Quindi Maroni, denuncia anche me.

Saviano ha davvero detto in televisione che il Nord è mafioso? Ovviamente no. L’autore di “Gomorra” conosce troppo bene il fenomeno delle organizzazioni criminali, della loro diversificazione economica e delle loro diramazioni per cedere a simili semplificazioni. Costruire questa sciocchezza, e imputargliela, è una chiarissima operazione ideologica, che si basa sul falso e dunque appartiene al solito marchio della fabbrica del fango, creato ecustodito da anni nei quartieri bassi dell’impero berlusconiano. Ci si potrebbe fermare qui. Ma in realtà nell’affanno di questa denuncia ci sono tre aspetti più generali, su cui vale la pena di riflettere, soprattutto oggi che ci si può complimentare col ministro degli Interni perla cattura del numero uno dei Casalesi, Antonio lovine.

I primo aspetto è istituzionale. Negare che la mafia sia ormai non solo infiltrata, ma insediata nel Nord d’Italia è un’ipocrisia, e quando l’ipocrisia è del governo diventa una pericolosa sottovalutazione della realtà, che non aiuta il Paese ad essere consapevole del fenomeno. Le mafie attaccano il Nord ormai da anni, come attaccano Roma e molte altre aree d’Italia lontane dalle zone in cui sono nate e in cui sono tradizionalmente vissute. Piemonte, Liguria e soprattutto Lombardia devono ormai fare i conti con una «consolidata presenza dei clan», dice la Direzione Investigativa Antimafia, e i clan «interagiscono» con la politica e con gli ambienti imprenditoriali, ricevono una «pacifica accettazione» da settori della società, entrano «nelle attività produttive», le collegano a «settori della pubblica amministrazione che possono favorirne i disegni economici», col coinvolgimento in particolari casi di «pubblici amministratori e tecnici» per agevolare appalti e sistemare altre «vicende oblique». Basta questa analisi, insieme con le risultanze delle inchieste giudiziarie, per capire che la denuncia di Saviano va presa sul serio, e gli esorcismi non servono. Soprattutto il ministro degli Interni, personalmente impegnato da anni con buoni risultati nel contrasto alla criminalità organizzata, dovrebbe prendere al balzo la palla di una rivelazione pubblica di così grande impatto, come quella fatta in una prima serata televisiva con ascolti giganteschi. Su questa base larga e credibile d’informazione, il governo può far crescere un’attenzione e una consapevolezza della pubblica opinione, che aiuti l’azione di polizie e magistratura. La reazione dell’uomo di partito è invece venuta prima della responsabilità dell’uomo di governo: è chiaro che la Lega è nata anche dalla ripulsa delle mafie, ma negare oggi che la criminalità cerchi la politica là dove è al potere, di qualunque segno sia, è negare un pericolo comune, ugualmente diffuso nel Paese. Peggio ancora se questo significa credere e far credere che ci sono zone d’Italia dove non si deve parlare di infiltrazioni mafiose, si deve tacere la presenza delle cosche col colletto bianco, mentre altre zone d’Italia sono condannate da sole, ideologicamente più che razzisticamente, a portare per tutti il peso di una criminalità che è diffusa ovunque, ma per ideologia è imputabile solo ad una certa Italia, come una dannazione perpetua: che è anche una rinuncia alla politica, alle speranze che deve trasmettere, soprattutto ai suoi doveri. Il secondo aspetto di questa vicenda è culturale. La furia contro Saviano è furia contro un uomo *** solo. Saviano non ha dietro di sé un mondo strutturato, un partito, un apparato, un potentato economico, un’azienda: anzi, l’azienda editoriale per cui pubblica lo ha scomunicato attraverso le parole del suo azionista, e alla Rai è soltanto un ospite di passaggio, mal sopportato anche se di successo. Certo, ha lettori a centinaia di migliaia, nelle librerie e a “Repubblica”, ma è un uomo libero nella sua vita minima, ridotta e sorvegliata. E soprattutto solo. Attaccarlo dalle sedi del potere, e dai suoi sottoscala, è un’operazione sproporzionata, una dismisura tipica del potere oggi dominante. Tutto ciò trova un’interfaccia simmetrica nel cinismo di certa sinistra sballottata e sfibrata, diventata incapace di reggere un semplice discorso di buone intenzioni democratiche, perché è «troppo»: troppo giusto, troppo vero, troppo ingenuo, troppo inutile, troppo testardo su quei temi scomodi, troppo stonato con il politicamente scorretto oggi dominante. Ecco, il cinismo è un modo falsamente indolore e artificialmente innocente di accomodarsi stanchi, con in mano un bicchiere e la citazione giusta, sulle poltrone bianche dell’egemonia culturale altrui, entrando da sinistra. Infine l’ultimo aspetto (per il momento) di questa storia: che è politico, finalmente. Attaccando Saviano per il suo monologo sulle mafie, il potere e le sue guardie del corpo cercano spaventati di colpire qualcos’altro che sentono ma non vedono, come se si muovessero al buio. Diamo un nome a questa cosa. È il peso politico, tutto politico del discorso di Saviano. Che è tale proprio perché non fa politica, e non vuole farla. Perché è un discorso sofisticato nella sua esperienza sul crimine, e insieme ingenuo nel senso originario del termine, un discorso che non bada alle conseguenze e agli opportunismi, non fa calcoli. Dunque un discorso disarmato da interessi collaterali, perché testardamente ha interesse solo per le parole che pronuncia. Che perciò vengono percepite come autentiche da milioni di persone. E questo fa confusamente paura al potere dominante, afasico nei suoi proclami, sempre più costretto a lavorare sottobanco, proprio perché le sue parole non funzionano più, o suonano false. Fa paura l’idea che quei nove milioni di spettatori per Saviano non si spieghino soltanto con ragioni televisive, ma col bisogno di un linguaggio appunto nuovo, di significati diversi, di codici differenti. Un bisogno di cambiare programma non solo in tivù, ma nel Paese.

Repubblica – Il caso Saviano

Si intravede qualche spiraglio sulla candidatura a Sindaco di Torino.

Il PD romano converge sul nome di Profumo (rettore del Politecnico). Ne escono sconfitti il Chiampa e Fassino, il quale si incazza e si ritira dalle primarie che ancora non lo avevano visto candidato ufficialmente.

Se è questo lo scenario il PD locale acquista un minimo di credibilità. Insomma si sarebbe rischiato una disarticolazione interna del partito facendo vedere chiaramente all’elettore la spaccatura in famiglie che il PD ha al suo interno. E Fassino avrebbe coronato una sua peraltro giusta ambizione fregandosene dei problemi di un partito che ha contribuito a far nascere e rimandando il ricambio generazionale al 2020.

Con Fassino candidato sindaco il PD avrebbe fatto la figura della fetta di salame tra una fetta di pane rappresentata dal nuovo polo di centro destra e un altra rappresentata dall’ascesa di una sinistra radicale che sa proporre nomi credibili per le primarie (Puglia, Milano,…) e temi politici di cui ormai nessuno parla.

Potevamo permetterci un ulteriore distacco da un elettorato sempre più critico ed incalzante in una città dove il centro sinistra è stato sempre anticipatore di temi e formule politiche ?

Nonostante stima e affetto dentro e fuori il partito, Fassino ha fatto il suo tempo ed in un epoca da fine della seconda Repubblica sarebbe stato visto come una ricetta vecchia e poco coraggiosa.

Profumo convincerà tutti ? Fino ad esso delle sue idee si sa poco. Personalmente mi aspetto molto da una persona che conosce il mondo ed è un alto rappresentante della “società della conoscenza”, una delle poche armi in mano per risollevarci da questa crisi paradigmatica.

Certo, se come risulta, si circonda di consiglieri tipo Piergiorgio Re (conosciuto personalmente da studente, credetemi è un destro puro e alquanto sfalzino) non c’e’ da stare allegri. Profumo abbia chiaro in testa che è espresso da una forza riformista di sinistra e se è confuso sui valori e priorità di un agenda politica poco chiara agli stessi militanti democratici faccia uno sforzo: consumi le suole e cerchi di conoscere la città e le sue istanze in fretta.

Per questo non sono del tutto convinto che le primarie siano da evitare: possono essere un obiettivo di breve termine per iniziare a lavorare subito e accrescere la visibilità del candidato. E il confronto con altri candidati può migliorarne profilo e contenuti dell’Agenda.

Il panino con il salame intanto se lo mangia Fassino

Per chi suona la primaria Dalle primarie milanesi, che ieri hanno incoronato Pisapia candidato sindaco del centrosinistra, partono tre messaggi e un avvertimento. Il primo messaggio è a chi legge la politica di oggi con gli occhi di ieri. Perché le cose cambiano velocemente. I vecchi schemi saltano, gli immaginari si mescolano e gli stereotipi cadono come birilli. La sinistra-sinistra ha in Puglia il viso di un ragazzo di Terlizzi, a Milano quello di uno stimato professionista. Sarebbe un errore imperdonabile non vederlo. Il secondo messaggio è ai milanesi. Oltre la sbornia quotidiana del ghe pensi mi, oltre la vis popularis del Carroccio, anche a sinistra c’è ancora una politica che si sporca le mani in mezzo alla strada, che ha la forza di fare battaglie ideali, che cerca la carne viva dei cittadini. E’ una buona notizia per tutti. Il terzo messaggio è a Letizia Moratti, e per conoscenza al capo del Pdl. Con la candidatura di Pisapia tutto lascia pensare che nel capoluogo milanese si andrà a votare con tre poli. Magari con la discesa in campo di Albertini, figura molto amata in città. La destra berlusconiana, che considera Milano suo territorio acquisito, stavolta rischia grosso. L’avvertimento, se ne ce ne fosse ancora bisogno, è al Pd. Per l’ennesima volta le consultazioni delle base elettorale del centrosinistra premiano il candidato considerato di “movimento” su quello ritenuto di “apparato”. Dopo la Puglia, dopo Firenze, dopo Milano, il Pd dovrebbe decidersi a fare molto meno casino all’interno e un tantino più di movimento all’esterno. Altrimenti rischia di essere ricordato come il partito che con le primarie gioiosamente nacque, e con le primarie precocemente si spense.

Politica Pop – Blog – Repubblica.it

Pisapia vince a Milano. Ogni democratico dovrebbe esserne felice perchè le primarie sono un mezzo per scegliere i candidati più idonei. Invece presto ci sarà chi leggerà in questo una sconfitta della squadra più forte nel derby Bersani-Vendola.

Leggendo persino il Corriere a Pisapia viene riconosciuto un certo coraggio nel proporre temi dimenticati per la guida della città. Insomma ha rischiato e oggi ne gusta la vittoria (come un buon fico d’india, alias bastardone qui in Piemonte).

Certo, non è bello portare la palla e scoprire che la squadra avversaria ti batte sonoramente. Ma ci può stare. Ora non facciamo i bambini che si rifiutano di portare il pallone (perchè perdiamo) e scegliamo davvero i migliori da mandare in campo.

La competizione di Milano era seria perchè anche il candidato del PD era un esponente della società civile. Altrove non sappiamo ancora con chi si giocherà. Auguriamoci altrove altrettanto coraggio da parte di tutte le forze di centro sinistra altrimenti le primarie diventano una foglia di fico per coprire una gestione familistica e poco chiara del partito che le ha inventate.

E Bersani, permettimi, stai sbagliando diversi colpi negli ultimi giorni: i fischi dei tuoi segretari agli innovatori di Firenze, l’esitazione nel raccogliere firme per la mozione di sfiducia a tutto vantaggio di Fini-Casini-Rutelli (pure lui…ti fa gol…) , ed ora anche un buon candidato battuto nella capitale del nord.

Cerchiamo, caro segretario, di ricordarci come si raccolgono i fichi d’india. Senza pungersi.