Non si fa credito ai terroni

Alla borsa dei valori italiana chi ha puntato le proprie fortune sul merito si è sempre trovato con magri guadagni materiali e spirituali. Ultimamente si è pero passato il segno.

Negli ultimi mesi basta confrontarsi con amici e colleghi per vedere una diffusa voglia di lasciare questo paese. In questi giorni arriva qui in Piemonte un altro incentivo alla migrazione con una proposta che io definisco estremamente razzista: la limitazione d’accesso alle borse di studio per i soli studenti residenti.

La proposta è talmente ridicola che non conviene neanche smontarla con la costituzione italiana che garantisce il diritto allo studio. Oppure fare una facile obiezione: i soldi delle borse di studio non sono della Regione se non in minima parte: quindi Cota interviene su una materia non di sua competenza.

Se si obietta che il capitale umano è una delle poche risorse strategiche per qualsiasi realtà economica avanzata l’operaio che vota Cota non capisce il messaggio.

Il rettore del Politecnico di Torino, Profumo, ha risposto degnamente all’ignoranza del governatore Cota ma ancora una volta, personalmente, ho l’impressione che queste dichiarazioni facciano poca presa sull’opinione pubblica. Frequento settimanalmente gli ambienti universitari e lo sconcerto di futuri ingegneri, economisti, fisici, architetti è tale che non sanno darsi risposte. Che immagine ha del Piemonte un ventenne sardo o pugliese se legge sui giornali una vicenda simile ?

Il governatore ha rivisitato i vecchi cartelli di “Non si fitta ai meridionali” attingendo al misero palinsesto culturale che lui e i suoi accoliti si sono costruiti con una falsa rappresentazione della storia d’Italia. Oggi nel 2010 “non si fa credito ai terroni” che facendo una domanda di concorso per una borsa di studio accedono – se lo meritano, cioè se hanno delle qualità personali (l’intelligenza) e delle condizioni oggettive (reddito familiare) –  a dei servizi che peraltro sono molto vicini agli standard europei ultimamente.

Chi è emigrato per studiare sa i sacrifici che ha dovuto sopportare. I genitori che accettano o favoriscono una scelta di vita di questo tipo di un figlio appena maggiorenne si sottopongono a sacrifici non solo economici (una laurea fuorisede può costare sui 40.000 euro e dove vengono spesi secondo voi ?). Io sono figlio di quell’esperienza e ne sono orgoglioso perché mi ha fatto conoscere un mondo che nella mia piccola provincia non avrei mai potuto conoscere. Mi sono confrontato con studenti italiani piemontesi e non e nelle difficoltà sono cresciuto in fretta come tanti miei conterranei con cui condivido un’esperienza bellissima ma che come padre non augurerei a nessuno. Ho visto nascere dei talenti da famiglie monoreddito e albanesi che si sono mangiati il Politecnico in cinque anni (capirai che difficoltà visto che a 16 anni è sbarcato a Brindisi senza niente in tasca).

Ho visto anche smidollati piemontesi andare da uno psicologo perchè non superavano “mate finanziaria” quando dovevano solo essere educati a stare con le chiappe su una sedia per cinque ore consecutive a studiare e non pensare ad organizzare il prossimo weekend il lunedi alle 11 appena svegli.

(Fatevi 12 ore di treno notturno affollato per tornare a Torino e vedi come ti carichi di energia positiva ed un libro te lo divori e spacchi il mondo. Scusate la parentesi è un post che mi tocca nel profondo.)

Oggi mi auguro che il contrappasso dell’idiozia cotiana sia quello di vivere a livello familiare tra dieci anni o poco più lo stesso traumatico distacco dalle proprie creature. In primis perché secondo la legge non scritta che “nessuno si sceglie i propri genitori” la progenie di Cota ha il diritto di farsi la propria strada confrontandosi al di fuori di quella cappa culturale che devono aver visto per 18 anni nella bassa novarese. In secondo luogo perché i segni di declino di questa regione sono già evidenti e non è escluso che continuando sullo stesso passo i piemontesi di nuova generazione debbano guardare ad un loro nord.

Se poi il premuroso papà vorrà spianare la carriera dei loro figli consulti la Mary Stella che saprà indicargli dove prendersi l’abilitazione i qualche ateneo del Sud.

Perchè noi siamo meridionali ma siamo scappati da un certo tipo di sud perchè volevamo un’Italia migliore per il nostro futuro. (Se qualcuno l’ha trovata nel frattempo mi dica le coordinate che riposiziono il gps)

Da questa situazione rimane un fondo di rabbia che non riesco a razionalizzare. Mi rallegra la reazione di altri amici emigrati qui per studio ( realizzati professionalmente) che ho sentito in questi giorni.

Un insegnante mi ha detto che prenderà in considerazione due pesi e due misure tra gli studenti piemontesi e non.

Un ricercatore del Politecnico si è messo a ridere dicendo che lui le lezioni di meccanica razionale le ha sempre fatte in brindisino perché risultano più comprensibili.

Un amico che lavora nel recruiting per una nota azienda torinese mi ha espressamente detto che non assumerà nei prossimi cinque anni piemontesi, non peraltro ma hanno meno “attributi” di chi si è costruita una vita fuori di casa già a diciotto anni.

 Un fisioterapista ha sghignazzato su come torturare i suoi clienti piemontesi doc.

 Un architetto ristrutturatore mi ha detto che darà lavoro solo ad artigiani pugliesi e gonfierà i preventivi ai nativi torinesi.

E potrei continuare. Anzi vorrei alzare il livello dello scontro visti i commenti dei lettori della Stampa

E tu ? Vieni a studiare in Piemonte ?

 

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