elisee reclus

Family business (Ovvero moglie e buoi negli uffici tuoi)

Posted on: settembre 13, 2010

Qualcuno da ragazzo mi ha detto che avevo poche carte in mano per fare strada nella vita. Quando da adolescente ho capito che a pallone e a pianoforte non dimostravo particolare talento ho deciso di studiare. Il mio problema erano i quattro e i cinque in latino e greco scritto. Mi son fatto il “sedere a tarallo” come dicono i giovani oggi e ho preso un diploma di maturità classica senza essere mai rimandato per merito del mio orgoglio. Quando ho preso il diploma il preside ci disse pomposamente che tra vent’anni saremmo stati parte della classe dirigente di questo Paese. Avevo delle qualità ma non ero un genio e con un’onesta carriera universitaria magari in legge sarei diventato un avvocato di provincia del Sud Italia con uno zio che mi avrebbe passato i clienti. Purtroppo la prima vacanza e l’idea che a diciotto anni bisogna conoscere il mondo mi hanno portato nel nord ovest a studiare economia per non percorrere strade troppo scontate. Mi sono laureato quasi in tempo, ho inventato un mestiere nuovo, mi sono specializzato, ho conseguito un dottorato, imparato due lingue e fatto un po’ di esperienze. Sono rimasto in Piemonte perché a differenza della mia bellissima terra immaginavo ci fosse qualche possibilità di inserimento lavorativo in più. In realtà la scoperta è stata che la mia faccia – di bravo ragazzo, forse sempre un pò intimidito di non essere all’altezza per via delle sue origini – non convinceva le aziende e ho lasciato senza rimpianti l’idea di lavorare nel privato. Rimaneva il settore pubblico che aveva il vantaggio di essere neutro: se studi e hai un minimo di cervello prima o poi superi un concorso. Era una cosa fattibile soprattutto in Piemonte (parlo della fine degli anni ‘90) dove la “concorrenza” è minore che in altre regioni e c’è un’ altra “mentalità”. La mia storia finisce con un concorso vinto, dopo un Natale passato a studiare, con gli amici del mio paese del sud (dove mi ero ritirato per prepararmi) che mi irridevano perché sostenevano che in fondo anche a Torino le cose “funzionano allo stesso modo che qui da noi”. La felicità di averli smentiti è durata poco. Si riaccende ogni tanto quando incontro degli amici quarantenni che sono plurilaureati senza un lavoro e un’identità professionale. Perché ho fatto questo breve escursus della mia vita ? Rinunciando alla visione del mare (al contrario dei miei amici disoccupati) ho scelto di navigare nella vita seguendo due fari: il merito e il sacrificio. Il luogo dove approdare non è mai stato così importante: ho gettato l’ancora a Torino ma poteva essere altrove. Oggi scopro che forse ho sbagliato porto. Apprendo da vari giornali che la nuova giunta regionale del Piemonte utilizza il mio denaro e quello dei miei concittadini per dare lavoro a parenti e amici. Qualche avvisaglia che le cose fossero cambiate a queste latitudini l’avevo percepita con le avventure della giovane Trota. Una storia che quando andavo a liceo mi avrebbe fatto ridere soprattutto se il finale è la “scuola ad familiam” della Bosina. Invece qui scopriamo che le trote nuotano in un acquario di pesci grandi e piccoli che si spartiscono denaro pubblico mentre io impiegato, tu cassintegrato, tu artigiano che paghi le tasse, tu imprenditore che assumi solo il laureato a pieni voti del Politecnico, guardi i pesci nuotare. E mi dispiace dirlo, meglio vedere il mare che l’acquario. Meglio l’onesta disoccupazione dei miei compagni di liceo che almeno continuano a sognare un paese migliore guardando l’orizzonte, che mirare questi quattro pesci che stanno sempre nella stessa lurida acqua. Negli anni passati ho anche presentato – oggi capisco la mia ingenuità – la domanda di trasferimento in Regione per l’assessorato dove è stata di recente assunta una parente di un altro assessore. Quando ho presentato la domanda, ho perso tempo a capire la legge sui trasferimenti, a telefonare al sindacato, a prendere informazioni dall’ufficio personale della Regione, a stilare un curriculum vitae e soprattutto tanto tempo per aspettare una risposta che alla fine è arrivata ma, immaginate voi, con quale decisione finale. Credevo di avere titoli a sufficienza, esperienza, capacità, voglia di mettermi in discussione presso un nuovo datore di lavoro e invece serviva il parente giusto. Non sono un ingenuo e leggo i giornali: per certe posizioni servono le relazioni giuste. E’ lo spoilsystem bellezza direbbe qualcuno. Bisogna non solo essere dei professionisti ma devi essere di fiducia. D’accordo, ma non immaginavo che queste relazioni fossero talmente corte da misurarsi nei centimetri che separano due cuscini in un letto matrimoniale! Posso capire che si tratti di incarichi fiduciari per cui il politico di turno sceglie il collaboratore dalla propria area politica ma qui rischiamo di avere una collaborazione domestica, non professionale. Questa notizia mi turba anche perché viene sottovalutata la portata di alcune questioni. La prima la traggo dalla mia esperienza personale di italiano che ha vissuto il sud e il nord di questo Paese: signori, prendetevi qualsiasi libro sulla questione meridionale e scoprirete che uno dei mali del sud è la burocrazia asservita alle logiche della politica. Scusate, ho sbagliato riferimento: basta ascoltarsi un comizio di qualche anno fa di un tizio davanti alla sorgente del Po. Bene, il modello lo state copiando quasi in toto mettendoci anche delle persone un po’ buffe che credono alle acque sante e ai riti celtici. La seconda è una constatazione ancor più banale: tutti vogliamo che negli ospedali operino i medici più bravi per non rimetterci la salute, ma non è che il funzionario pubblico sia innocuo perché non usa il bisturi. In una situazione di risorse scarse come quella che viviamo ai nostri giorni dobbiamo essere sicuri che anche chi lavora nella pubblica amministrazione sia una persona che merita quel ruolo, che garantisca efficacia ed efficienza della gestione pubblica come direbbe il ministro Brunetta. Le vicende di questi giorni dovrebbero far riflettere tutta la collettività piemontese perché la sensazione che ho è che anche qu sii stiano progressivamente fermando i meccanismi di mobilità sociale.Le porte si stanno progressivamente chiudendo e se non sei figlio, nipote, moglie, amante di un potente tu rimani fuori. O ti infili con enormi sacrifici in qualche pertugio. Ci accontentiamo delle briciole di un contratto a progetto o di una stabilizzazione dopo anni di precariato ? Il messaggio che arriva è di tenersi stretto quello che si ha e magari la sera non angustiarsi su questi problemi e farsi delle belle risate con la “Pupa e il secchione”. E quelle risate feriscono te che hai basato la tua vita sul sacrificio e il merito. Siamo tutti rassegnati a veder chiudere quella porta ? Vogliamo che nel nostro Paese si vendano sempre più porte blindate ? O vogliamo bussare ai nostri potenti di turno e dire “Aprite questa porta!” Altrimenti meglio il rumore del mare E.R. 

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