Vent’anni

A soli venti due anni il Trota affronta il suo primo comizio a Novara. A soli vent’anni il Trota conquista la maturita’. Geni padani

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La saggezza della Costituzione
Andrea Manzella

(Repubblica, 20 agosto 2010)

I CIMITERI parlamentari sono pieni di governi che si ritenevano indispensabili o inamovibili. E questo perché in tutti i paesi in cui si elegge un libero Parlamento, questo ha la possibilità di mandare a casa, con la sua sfiducia, qualsiasi governo e di costruirne, con nuova fiducia, un altro. È così semplice questa verità del costituzionalismo che non si capisce l’ intolleranza scatenatasi contro chi pacatamente la ricorda. Omeglio si capisce benissimo. Prima che canti il gallo di una eventuale crisi, con esiti parlamentari “normalmente” aperti, è utile cercare d’ imporre un pensiero unico sulla sua soluzione. Rinnegando, per tre volte, la Costituzione e la stessa invocata legge elettorale. La Costituzione (all’ articolo 94, sulla fiducia, «accordata» o «revocata») la legge elettorale (che consente, articolo 14 bis, l’ indicazione del «Capo Unico della coalizione» ma, esplicitamente dice che «restano ferme le prerogative spettanti al presidente della Repubblica, in base all’ articolo 92 della Costituzione», sulla nomina del premier) e ancora la Costituzione (all’ articolo 88: lo scioglimento delle Camere, come decisione del capo dello Stato, sentiti i loro presidenti). Come si vede, qui non si tratta di forzature interpretative, che appartengano all’ ordinaria vita della politica, sia di maggioranza sia di opposizione. Non è la “giacchetta” del presidente della Repubblica ad essere tirata, da destra o da sinistra. Sono precise norme costituzionali ed elettorali ad essere “dichiarate” decadute. In nome di un’ “altra” costituzione (materiale), in nome di una “illimitata” sovranità popolare, in nome della “piazza” per ora vuota per le vacanze: ma pronta a riempirsi di milioni di persone. È una specie di goffa eversione preventiva del regime parlamentare, tentata innanzitutto contro la presidenza della Repubblica. Dopo la caduta, nel 1993, delle difese immunitarie insite nella vecchia legge proporzionale,i presidenti della Repubblica si sono trovati ad essere l’ unica intercapedine del muro contro muro tra maggioranza e opposizione. I parafulmini su cui si scaricano tutte le tensioni che non possono sciogliersi in un confronto impolitico: avvelenato, di qui e di là, da personalismi, acefalie, conflitti d’ interesse, lotte di successione. Le costituzioni sono (secondo antico detto) le leggi che gli uomini si danno in periodi di saggezza per esserne governati nei periodi di ubriachezza. La nostra Costituzione indica nei presidenti della Repubblica gli unici soggetti, certamente sobri, che possono guidare il paese per un “rientro” sicuro, dopo le inevitabili crisi. Le ultime, accidentate vicende costituzionali, quelle post-1994 del maggioritarismo imperfetto – oltre a smentire la leggenda (un po’ orecchiata) della “costituzione materiale”- dovrebbero suggerire un’ altra riflessione. Sul fatto che il carisma elettorale vale assai poco – persino quando si dispone di armi di persuasioni di massa – se non si trasforma in capacità di guida parlamentare. È troppo facile classificare come “tradimento degli altri” i clamorosi fallimenti di leader elettorali che, divenuti premier, si vedono mancare sotto i piedi la maggioranza alle Camere: anche quando dispongono di grossi numeri. Bisogna in realtà vedere se il fiasco parlamentare non sia in primo luogo il risultato della loro incapacità di «tenere», con linguaggio politico comprensibile e non con moine, i gruppi della maggioranza. Della loro incapacità di espellere la mala mercanzia, ad uso personale, fatta passare per programma di governo. Della loro incapacità di capire di che pasta etico-politica siano fatte le persone scelte a responsabilità governative. Spiegare tutto con il “tradimento” può essere una via di fuga consolatoria per chi non riesca a superare, magari ripetutamene a distanza di tempo, il “ponte dell’ asino” delle prove parlamentari. Ma la coazione a ripetere le elezioni quando l’ inadeguatezza sta nel manico, non rientra nella logica politica oltre che in quella costituzionale. Serve solo a logorare l’ intero sistema per la disaffezione dei cittadini. Queste modeste notazioni di lettura dei testi scritti e dei fatti accaduti non hanno nulla a che vedere con l’ analisi di quello che qui ed ora convenga fare con questo Parlamentoe in questa situazione. Queste analisi, alcune assai convincenti per il loro realismo, sono state già fatte: da destra, da sinistra, da osservatori indipendenti. Si conoscono ormai gli argomenti di chi teme le elezioni per sé e per il paese e di chi invece le auspica come lieto evento. A tali argomenti si può aderire, da essi si può dissentire. La politica è l’ arte del possibile (si ripete da secoli). Il che vuol dire che invece non è l’ arte dell’ impossibile. Se certi eventi costituzionali saranno impossibili, non accadranno. Ma per non farli accadere non serve l’ avvertimento pregiudiziale, la negazione di quello che Costituzione e legge elettorale dicono, le minacce di violenza all’ ordine democratico (e alle sue interne garanzie). Come è già accaduto, così si eccitano solo ulteriori, squinternate parole. Ha fatto semmai specie che, a tali disordini di linguaggio si siano lasciati andare ultimamente anche i titolari di ministeri che, dentro le loro missioni politiche, hanno un nocciolo duro di rappresentanza unitaria degli interessi istituzionali permanenti del paese: in stretta connessione con le funzioni del presidente della Repubblica Le esternazioni di tali ministri sono naturalmente irrilevanti, come tutte le altre, in un processo costituzionale che può mettersi in moto unicamente per atti di soggetti abilitati. È solo una futile scelta di spogliarsi dal “portafoglio”, quando giocano alla costituzione immaginaria: diventando così ministri di scorta e di fazione. La reazione del capo dello Stato che sfida tutti alla responsabilità davanti alla Costituzione vera, è anche un richiamo alla serietà, che qualcuno ha dimenticato, imposta dai compiti di Stato. Oltre che un monito sulla serietà del momento.

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Vedrò Fini.Per la lbertà della Padania se serve fare un patto con il demonio io trombo con il demonio.

(…e poi ci meravigliamo della legge porcata elettorale)

Calderoli, Ponte di Legno, 14 Agosto 2009

Quello che accade, accade non tanto perché una minoranza vuole che accada, quanto piuttosto perché la gran parte dei cittadini ha rinunciato alle sue responsabilità e ha lasciato che le cose accadessero.

Antonio Gramsci

Filibustering

Fini si accorge di aver condiviso quasi vent’anni con un poco di buono. Si sceglie una giovane donna arrampicatrice sociale e succhia patrimoni(la precedente era una semplice truzza). Commette ingenuita’ gravi che meriterebbero una condanna della societa’ civile ben piu’ pesante di quella che arrivo’ su d’alema anni fa con affitopoli. I suoi filibustieri improvvisamente si accorgono che il loro ex patron ha guai con la giustizia. Guerra di clan che con l’onesta gente che lavora non ha nulla a che fare. Speriamo che da questa guerriglia escano fuori i retroscena piu’ scabrosi di questi anni.

(da Gad Lerner) Questo articolo è uscito su “Vanity fair”. Berlusconi perde i pezzi e sa benissimo di dover gestire una ritirata. Agli italiani tornerà a chiedere una cosa sola: datemi ancora più potere, se credete in me come unico leader fungibile sulla piazza. In ogni caso venderà cara la pelle, perché tragica gli appare l’idea stessa di separarsi dal potere che sfugge. Paventa scenari foschi, una questione di vita o di morte. Chiama i devoti a trepidare per lui, e ricorda ai cittadini disincantati che nessun altro leader al posto suo manifesterebbe altrettanta identificazione nelle loro debolezze. Non sono affatto sicuro che Berlusconi aspiri alle elezioni anticipate come vanno minacciando i suoi spaventati portavoce. L’uomo è fantasioso ma non temerario. Conosce meglio di noi il caos in cui versa il Pdl, che oggi sarebbe in grado di fare propaganda solo contro se stesso. Confidare esclusivamente sulla sua energia personale? Le troppe battute d’arresto del recente passato gli ricordano che non basta più, a 74 anni. Oltretutto non è facile giustificare all’elettorato di destra perché figure screditate come Nicola Cosentino, Claudio Scajola e Denis Verdini possano militare al vertice del Popolo della libertà, mentre il suo cofondatore Gianfranco Fini ne è indegno. Con molto humour Valentino Parlato sul “Manifesto” ha ricordato che il vecchio Partito comunista usava procedure molto più democratiche per liberarsi dei suoi dissidenti, rispetto alle due ore di processo allestito dal Cavaliere per buttare fuori i finiani. Perché correre rischi, quando sei già seduto a Palazzo Chigi? A cambiare sarà la gestione del governo come contropotere scatenato in difesa, in esplicito antagonismo con la magistratura, il Quirinale, la presidenza della Camera. Berlusconi tenterà di realizzare tramite fatti compiuti la sua riforma materiale della Costituzione: tutto il potere al premier che ha vinto le elezioni. E impunità per i suoi seguaci. Cercherà di farcela senza aprire una crisi di governo dagli esiti sdrucciolevoli. Anche se non credo abbia probabilità di riuscita il tentativo del Pd, tornato saldamente sotto la regia dalemiana, di separare la Lega dal Pdl. Come? Offrendole la garanzia del federalismo fiscale insieme alla possibilità di andare da sola al voto guadagnandoci, col sistema elettorale proporzionale. Trucchetti di corto respiro, già respinti al mittente. Piuttosto Bossi ha convenienza a spremere fino all’ultimo il limone Berlusconi, da cui confida di ereditare per intero l’elettorato conservatore del Nord. Potrà essere la Lega a dare il calcio dell’asino a Berlusconi solo nel caso deflagrino nuovi scandali interni al Pdl di portata tale da renderle troppo nociva l’alleanza. Ma anche in tal caso non le converrà aderire a governi di unità nazionale, con o senza Tremonti alla guida. Quel che davvero finisce, con il Berlusconi furioso incapace di sopportare il dissenso di Fini, è l’illusione che dal suo vitalismo spregiudicato potesse scaturire come un partito di destra liberale e democratico. Il Pdl si è rivelato esperimento più breve del Partito democratico. Le esigenze difensive di Berlusconi lo sospingeranno a recitare sempre meno volentieri la pantomima del leader di partito. Lui preferisce i videomessaggi registrati e calati dall’alto simili ai discorsi di un Gheddafi, di un Mubarak o di un qualunque altro presidente-dittatore anziano e solitario, ibernato nel palazzo fra mille dicerie piccanti sui suoi costumi. Farà di tutto, ma proprio di tutto, per non cedere il potere. Lo si intuisce già dagli attacchi personali a Fini e a ciascuno dei dissidenti che lo hanno seguito. Ma i suoi nemici ormai annusano l’odore del sangue.

Elezioni anticipate? Il bluff del Cavaliere